News * 19/12/2016
Per un’economia davvero circolare

Il presidente di Assoraee Giuseppe Piardi spiega quali sono le condizioni affinché il riciclo dei RAEE possa realmente coniugare sostenibilità ambientale e compatibilità economica. E afferma che un ruolo primario, in tal senso, spetta al Legislatore.

Nel corso del Forum RAEE tenutosi in occasione dell'ultima edizione di Ecomondo, svoltasi a Rimini dal 7 al 10 novembre 2016, Giuseppe Piardi, Presidente di Assoraee (Associazione Recupero Rifiuti Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), ha lanciato un grido di allarme sul futuro del corretto trattamento dei RAEE: “O viene consentito ai migliori operatori del settore di operare coniugando nel concreto eccellenza ambientale e compatibilità economica, oppure l’attuale sistema dei RAEE, così come si è venuto configurando nell’ultimo decennio nel nostro Paese, rischia di saltare”. In questa intervista il Presidente di Assoraee illustra ulteriormente la propria posizione, esplicitando come il primo destinatario del suo appello sia il Legislatore.

Intervista a Giuseppe Piardi, presidente di Assoraee

D. Quali sono le principali difficoltà in cui versa il settore del trattamento dei RAEE?
R. Una prima difficoltà è di tipo economico: il forte, repentino e non prevedibile crollo dei prezzi delle materie prime e, quindi, anche delle materie prime seconde (ferro, plastica, ecc.) che ricaviamo dai processi di trattamento dei RAEE e che costituiscono, com’è noto, gran parte delle nostre entrate. Per fare un esempio, il prezzo del ferro è sceso nel volgere di pochi mesi da 250 euro a 150 euro a tonnellata. E anche se nella seconda metà dell’anno si è assistito a una lieve ripresa delle quotazioni, il fenomeno ha messo in difficoltà i conti di molte nostre aziende, costringendoci a chiedere ai Produttori di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche e ai loro Sistemi Collettivi (fra cui Ecodom) una rivisitazione delle tariffe alle quali acquistiamo i RAEE da avviare a trattamento. In tale contesto Ecodom rappresenta uno degli esempi virtuosi, in quanto prevede un sistema di indicizzazione delle tariffe. Tuttavia non tutti i Sistemi Collettivi hanno un analogo meccanismo e, in ogni caso, il crollo dei prezzi ha sottoposto l’anello della filiera costituito dalle imprese di trattamento a un notevole stress economico. Tale stress - ripeto, congiunturale - non è però l’unico problema, e forse neppure il più grave.

D. E qual è allora?
R. È un problema culturale, che si traduce in atteggiamenti, comportamenti e norme in contrasto con quel concetto di “economia circolare” - vale a dire di un sistema in cui non ci siano prodotti di scarto e le materie vengano costantemente riutilizzate - che tutti a parole dicono di voler promuovere, a cominciare dal Legislatore.

D. Qualche esempio?
R. Se la plastica che recuperiamo da un frigorifero potesse essere rivenduta a chi produce frigoriferi, l’economia circolare sarebbe compiuta. Nei fatti così non può essere in quanto, una volta trattata, essa manca di determinate caratteristiche fisiche proprie della materia prima vergine. Dunque, in senso assoluto, una piena circolarità non è possibile; ciò però non impedisce che quella plastica possa essere utilizzata quale materia prima seconda per produrre altri oggetti, come una cassetta per alimenti o copri-cerchioni di un pneumatico. Il problema è che la normativa italiana, a differenza di quella in vigore negli altri Paesi europei, rende assai complesso, farraginoso ed incerto - a seconda delle varie realtà territoriali - il processo che porta a riconoscere questa plastica come materia prima seconda (end of waste) e non come rifiuto. In questo modo si restringe fortemente la platea di soggetti ai quali le aziende possono rivendere il risultato del loro trattamento. Ed è chiaro come tutto ciò sia in contraddizione con la richiesta, proveniente dal Legislatore europeo e fatta propria da quello italiano, di aumentare progressivamente in maniera sensibile le percentuali di recupero dai RAEE.

D. Che cosa c’è dietro questo gap normativo che allontana l’Italia dagli altri Paesi europei?
R. In materia di trattamento dei rifiuti, compresi i RAEE, constatiamo da parte delle Amministrazioni pubbliche un sospetto preconcetto verso qualsiasi iniziativa, attività, implementazione tecnologica volta ad aumentare il valore ricavabile dal trattamento dei rifiuti. E ciò penalizza fortemente un settore che, per stare con successo sul mercato, ha bisogno di norme che non lo penalizzino sul fronte degli investimenti, da una parte, e della domanda, dall’altra.

D. Non pensa che tale atteggiamento sia frutto anche dei comportamenti di non pochi operatori disonesti nel settore dei rifiuti?
R. Certamente è così, e si tratta di un atteggiamento per certi versi comprensibile. Ma non tutti i rifiuti né tutti gli operatori sono uguali. Occorre entrare nel merito dei problemi, incentivare chi opera bene e prendere esempio dalle best practices, italiane ed europee, per definire norme che consentano di innalzare costantemente la qualità del trattamento salvaguardando la competitività economica di chi la persegue.

D. Oggi invece rimane forte la concorrenza sleale di soggetti poco qualificati che, adottando modalità di trattamento non idonee dal punto di vista ambientale, hanno costi molto inferiori. Quali interventi dovrebbero essere attuati lungo tutta la filiera per assicurare una competizione più equa?
R. La più recente normativa in materia di RAEE, il DLgs 49/2014, prevede, oltre ad accordi fra le associazioni più rappresentative della filiera (compresa Assoraee) e il Centro di Coordinamento RAEE, l’emanazione di un decreto attuativo sulla qualità del trattamento. Decreto che, a due anni e mezzo di distanza, non è ancora arrivato. Nel frattempo, insieme ad altre associazioni operanti nel settore, abbiamo siglato un accordo con il CdC RAEE che prevede l’innalzamento della qualità del trattamento secondo gli standard più avanzati (fra cui WEEELabex) e l’impegno dei Consorzi (fra cui Ecodom) ad operare solo con chi sia accreditato secondo tali standard. Tutto questo riguarda però soltanto i RAEE domestici, e non quelli professionali sui quali ad oggi non esiste nessun accordo di tipo volontario. Occorre dunque che il Legislatore faccia la propria parte ed emani il decreto così lungamente atteso. Ma è indispensabile che lo faccia riprendendo l’esperienza portata avanti con il CdC RAEE, in modo da rendere cogente per tutti quanto di meglio e di più avanzato è stato finora sperimentato.

D. C’è il rischio che così non sia?
R. Ci stiamo adoperando perché ciò non accada. Gli standard che le nostre aziende hanno adottato - in sinergia e sotto la spinta tanto dei Sistemi Collettivi quanto di una serie di Amministrazioni locali particolarmente sensibili in materia - sono i migliori d’Europa. Una legislazione che li recepisca è fondamentale, perché solo così si risolvono i problemi ai quali mi riferivo. Altrimenti il sistema dei RAEE così com’è stato costruito - cioè un sistema in linea di principio virtuoso, fondato sulla responsabilità estesa sul produttore, traslata sui Sistemi Collettivi i quali, a propria volta, interloquiscono con il mercato alla ricerca delle migliori soluzioni economiche e ambientali - rischia davvero di saltare.