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News * 28/10/2015
Solo un terzo dei RAEE europei viene gestito in modo corretto. E tutto il resto?

Viene esportato all’estero senza regolari documenti oppure, anzi soprattutto, riciclato in modo ambientalmente scorretto o buttato tra i rifiuti indifferenziati all’interno dei Paesi UE. È quanto emerge dalla ricerca Countering WEEE Illegal Trade (CWIT).

Nel 2012 in Europa solo il 35% dei RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) dismessi da aziende o da privati, pari a 3,3 milioni di tonnellate su 9,5 milioni complessivi, sono stati intercettati da Sistemi di raccolta e riciclo in grado di assicurarne un corretto trattamento. L’altro 65%, pari a 6,2 milioni di tonnellate, è stato esportato o riciclato in modo ambientalmente scorretto, oppure gettato tra i rifiuti indifferenziati.

Il dato emerge da una ricerca sistematica (durata circa 2 anni) sul funzionamento del mercato delle Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche usate e dismesse denominata Countering WEEE Illegal Trade - CWIT, finanziato dalla Comunità Europea e realizzato da INTERPOL, United Nations University (UNU), gli istituti United Nations Interregional Crime and Justice Research e Compliance & Risks, il WEEE Forum, l’associazione Cross-Border Research e la società Zanasi & Partners.

Altra scoperta interessante (e forse la più sorprendente) è che nell’ambito del “non ufficiale” la gestione non corretta dei rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) all’interno dei Paesi UE riguarda una quantità 10 volte superiore a quella spedita verso Paesi extra-comunitari senza regolari documenti di esportazione: 4,7 milioni di tonnellate contro 400 mila.

Un grave danno ambientale ed economico

Concentrandosi su questi quasi 5 milioni di tonnellate, lo studio sottolinea come sistemi efficaci di monitoraggio delle performance di rimozione delle sostanze inquinanti e adeguati standard di trattamento dei RAEE non siano pienamente utilizzati neppure negli Stati europei più avanzati dal punto di vista del controllo ambientale. Con un evidenti danni per l’ambiente cui si aggiungono quelli, altrettanto rilevanti, di natura economica: si calcola che la diffusa sottrazione dai RAEE di componenti con un significativo valore di mercato - come le schede elettroniche o i metalli più preziosi - si traduca in una perdita fra 800 e 1.700 milioni di euro all’anno per l’industria europea legale del riciclo.

Per contro, i minori costi di cui beneficiano gli operatori che non rispettano le regole comunitarie sul trattamento dei RAEE (in particolare in materia di eliminazione delle sostanze inquinanti) oscillano tra 150 e 600 milioni di euro all’anno.

Afferma Pascal Leroy, segretario generale del WEEE Forum (l’associazione europea di cui fanno parte i principali Sistemi collettivi, fra cui Ecodom): “I RAEE sono la tipologia di rifiuti con il più alto tasso di crescita nel mondo. Oggi il peso di quelli che ogni anno in Europa sono gestiti in modo ambientalmente non corretto è pari a quello di un muro di mattoni alto 10 metri che va da Oslo alla Sicilia”.

Riguardo poi alle conseguenze sulla salute umana, uno studio di United Nations University del 2014 ha evidenziato come nei 41,8 milioni di tonnellate di RAEE buttati ogni anno nel mondo ci siano sostanze tossiche quali piombo (circa 2,2 milioni di tonnellate), batterie (300 mila tonnellate), mercurio, cadmio, cromo e gas ozono-lesivi (CFC, circa 4.400 tonnellate). Con potenziali problemi che vanno dal mancato o ritardato sviluppo mentale al cancro, a danni epatici e renali.

Armonizzare norme, controlli e sanzioni

Secondo ricerche nazionali effettuate dall’INTERPOL, solo lo 0,5% dei RAEE esportati al di fuori dall’Europa vengono intercettati e bloccati nel corso di operazioni di polizia che portino poi a qualche forma di sanzione amministrativa o penale. Lo studio rivela inoltre che il 30% degli Stati Membri non ha implementato le stringenti norme previste dall’ultima Direttiva Comunitaria sui RAEE, e che spesso le sanzioni previste a livello nazionale non sono abbastanza elevate da avere un effetto deterrente.

Sostiene David Higgins, capo del Environmental Security Sub-Directorate di INTERPOL e coordinatore del progetto CWIT: "Visto che può generare profitti e che oggi viene difficilmente scoperta, questa forma di commercio illegale rischia di essere molto sfruttata: i Governi nazionali dovrebbero prevenire il rischio adottando un mix bilanciato di sanzioni amministrative e penali, che riflettano l’entità sia dei profitti illeciti sia dei danni ambientali e sociali provocati. I soggetti chiamati ad applicare la legge devono essere più proattivi, con attività investigative sui flussi illegali di RAEE cui facciano seguito la formulazione dei capi di accusa e i processi”.

L’analisi dei casi di attività illegale ha rivelato vulnerabilità lungo tutta la catena di gestione delle AEE usate e dei RAEE: raccolta, consolidamento, intermediazione, trasporto e trattamento. I reati vanno dal trattamento inadeguato alla violazione delle norme comunitarie, dai furti alla mancanza delle licenze o dei permessi richiesti, dal contrabbando alle false dichiarazioni sui carichi trasportati.

Date le dimensioni del fenomeno - conclude Ioana Botezatu, coordinatrice del Proiect CWIT INTERPOL per Green Report - e considerato che la maggior parte delle attività illecite legate ai RAEE viene commessa all'interno della UE, il commercio illegale di questi rifiuti dovrebbe diventare una priorità europea”.

Le raccomandazioni del progetto CWIT

Il progetto CWIT raccomanda un approccio “multi-stakeholder” e offre una roadmap a breve, a medio e a lungo termine per ridurre il fenomeno del commercio illegale dei RAEE.

Nello specifico, vengono suggeriti due nuovi sistemi per potenziare sia la cooperazione tra le agenzie e tra gli Stati sia lo scambio e l’analisi delle informazioni:

  • un “Operational Intelligence Management System” che promuova e supporti la capacità di agire sulla base delle informazioni, di accrescere la conoscenza comune sui crimini collegati al commercio e al trattamento illegale dei RAEE, di identificare i rischi connessi alla criminalità organizzata (su base nazionale e internazionale) e di suggerire azioni specifiche;
  • una “National Environmental Security Task Force (NEST)”, formata da diverse autorità e partner e guidata da un team di esperti specializzati, per attivare un’applicazione della legge che sia cooperativa, collaborativa e coordinata a livello nazionale e internazionale.

Tra le altre raccomandazioni del progetto figurano:

  • il divieto su scala europea dell’impiego dei contanti nelle transazioni relative al commercio di rottami metallici;
  • l’obbligo di trattare i RAEE in accordo con approvati standard, con uno specifico sistema di certificazione;
  • l’obbligo di trasmettere i risultati del trattamento alla Comunità Europea (incluso un monitoraggio chiaro e univoco sulla rimozione delle sostanze inquinanti, ad esempio il mercurio dagli schermi o il CFC dai frigoriferi);
  • il pieno recepimento e la tempestiva implementazione dell’ultima Direttiva sui RAEE, e linee guida armonizzate per distinguere AEE e RAEE;
  • attività investigative più precise e sistemi nazionali di verifica e monitoraggio lungo tutta la filiera;
  • l’aumento del coinvolgimento e della consapevolezza dei consumatori, anello iniziale della catena dei RAEE.

Jaco Huisman di United Nations University, coordinatore scientifico del progetto CWIT, conclude: “Il grande valore del progetto sta nel fornire, da un lato, i dati e l’analisi del mercato e, dall’altro, un dettagliato esame del contesto legislativo e della catena di applicazione della legge. La roadmap messa a punto per aumentare la raccolta e il trattamento dei RAEE in Europa sarà un altro significativo risultato per tutti i soggetti coinvolti”.

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