News * 30/05/2019
RAEE: il sistema italiano è una “best practice”, ma mancano i controlli sui flussi paralleli

Lo rivela una ricerca dell'Università Bocconi di Milano, secondo cui il modello multiconsortile “regolato” rappresenta “una storia di successo industriale e istituzionale”. Tuttavia, ogni anno circa il 70% dei RAEE generati in Italia viene sottratta ai regolari canali di trattamento.

Ci sono due considerazioni che sintetizzano i primi undici anni di attività del sistema italiano di gestione dei Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE). La prima, espressa in ambito comunitario, è che il modello italiano, che vede più Consorzi operare sotto l'egida del Centro di Coordinamento RAEE, è considerato una best practice in Europa. La seconda considerazione è che lo stesso modello ha ancora bisogno di correttivi che ne migliorino le capacità da un punto di vista quantitativo. Sono queste le conclusioni del rapporto di ricerca dal titolo “Valutazione del modello regolatorio ed organizzativo del sistema multiconsortile RAEE”, firmato dall'Università Bocconi di Milano in collaborazione con il Centro di Coordinamento RAEE.

Il tema dei RAEE in Europa

Nella loro analisi del Sistema nazionale della gestione dei RAEE, i professori Edoardo Croci, Giuseppe Franco Ferrari e Francesco Colelli, definiscono il modello italiano come una “storia di successo industriale, ma anche istituzionale”. Nel nostro paese il sistema per il riciclo dei RAEE viene avviato ufficialmente nel 2008, tre anni dopo l'emanazione del decreto legislativo 151 del 25 novembre 2005, che recepiva le direttive europee in materia di RAEE, e che è stato poi sostituito dal decreto 49 del 14 marzo 2014. A partire dai primi anni del Duemila, l'Unione Europea ha cominciato a riflettere seriamente sull'importanza di un trattamento responsabile dell'E-waste prodotto sul suo territorio, formulando i due principi alla base di ogni sistema di gestione dei RAEE: quello della “responsabilità estesa del produttore” e quello del “chi inquina paga”. La scelta fu, dunque, quella di obbligare le stesse aziende produttrici di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, a organizzare, e finanziare, la raccolta dei RAEE derivanti da tutti i prodotti immessi sul mercato. L'obiettivo dichiarato fu, ed è tutt'oggi, quello di perseguire un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente attraverso azioni di riciclo delle materie prime contenute nei dispositivi elettronici e il corretto smaltimento delle sostanze inquinanti.

I due modelli di gestione dell'E-waste

Dopo il recepimento delle varie direttive europee in tema di RAEE, i diversi Stati membri hanno adottato due modelli di gestione radicalmente diversi tra di loro: uno monopolistico, utilizzato da Paesi come Olanda, Ungheria, Svezia, Svizzera e Belgio, nel quale le attività di ritiro, riciclo e smaltimento dei RAEE vengono gestite da un soggetto unico su tutto il territorio nazionale; l'altro pluralistico, che garantisce invece ai produttori la possibilità di riunirsi in più Sistemi Collettivi che si confrontano tra di loro con logiche di concorrenza economica.

Il sistema multiconsortile italiano

In Italia il modello di gestione in vigore è quello multiconsortile “regolato”, che prevede che i vari Sistemi Collettivi operanti sul territorio nazionale siano coordinati da un ente terzo: il Centro di Coordinamento RAEE (CdC RAEE). Secondo il rapporto dell'Università Bocconi, è proprio la presenza di questo organismo a fare del sistema italiano un vero e proprio modello in ambito europeo. “Un’agenzia di coordinamento che garantisca un'allocazione neutrale, non discriminatoria e trasparente delle responsabilità operative di prelievo – scrivono i professori della Bocconi nel loro  rapporto - permette infatti di superare con efficacia il rischio di prelievi selettivi o non omogenei sul territorio”. Il CdC RAEE, dunque, garantisce il sistema dall'attuazione di pratiche scorrette di “cream skimming” (scrematura) su RAEE a maggior valore (i Sistemi Collettivi devono infatti rispettare le ripartizioni dei Raggruppamenti definite dal CdC RAEE sulla base delle quote di mercato di ciascuno) o di “cherry picking” geografico (i Sistemi Collettivi non possono scegliere dove ritirare i RAEE, ma devono rispettare le assegnazioni territoriali del CdC RAEE). Si può dire, in definitiva, che l'introduzione del Centro di Coordinamento RAEE quale arbitro dell'intera filiera, assicura la sostenibilità di un sistema competitivo che svolge, attraverso soggetti di natura privata, un servizio con finalità sostanzialmente pubbliche. Grazie a questa azione collettiva controllata, dove ognuno rispetta il proprio ruolo e i propri impegni, il Sistema RAEE italiano ha saputo coniugare competizione e servizio, garantendo un tempestivo ritiro (con una puntualità media pari a circa il 99%) dei RAEE su tutto il territorio nazionale. Inoltre, in relazione agli impatti economici del modello consortile regolato, il rapporto Bocconi precisa che: “emerge un legame tra il livello di competizione che ha caratterizzato il sistema nel suo decennio di attività, la presenza di vantaggi economici che derivano dall’adozione di un servizio di raccolta più efficace e la progressiva riduzione degli Eco-contributi RAEE avvenuta nel tempo”. 

I flussi esterni al sistema “formale”

Se l'efficienza e gli impatti economici del sistema italiano dei RAEE sono stati promossi dai ricercatori, c'è da dire resta ancora molto da fare in relazione alle quantità gestite. Qui, i risultati sono ancora modesti: secondo i dati del rapporto, nel corso del 2017 la raccolta complessiva dei RAEE domestici effettuata dai Sistemi Collettivi in Italia è stata pari ad oltre 296 mila tonnellate, un dato medio pro capite pari a 4.89 chilogrammi per abitante, in aumento del 4.66% rispetto all’anno precedente*.
In Italia, accanto ai Consorzi del Sistema “formale” che agiscono sotto la supervisione del CdC RAEE, opera a vario titolo, o addirittura senza titolo alcuno, anche un'ampia messe di soggetti terzi. I primi, che costituiscono il cosiddetto sistema “informale”, sono quelli che, seppur in possesso di autorizzazioni regolari, compiono operazioni di trattamento e smaltimento senza rispettare alcuno standard di qualità. Oltre il confine della legalità, poi, esiste un vero e proprio canale clandestino che da anni controlla indisturbato una significativa “parte mancante” di RAEE. A questi soggetti, che operano senza scrupoli in una sorta di terra di nessuno, sono attribuibili azioni illegali di vario genere: dalla non corretta classificazione del rifiuto all’abbandono dello stesso, passando per la cannibalizzazione delle parti pregiate e per la messa in atto trattamenti non autorizzati.

Ogni anno in Italia sparisce quasi la metà dei RAEE

Secondo una ricerca effettuata nel 2015 dal Consorzio CWIT (Countering WEEE Illegal Trade) – e ripresa dal rapporto della Bocconi – nel 2012 in Europa solo il 35% dei RAEE generati (pari a 3,3 milioni di tonnellate su 9,5 milioni di tonnellate totali) è stato trattato e rendicontato dai sistemi di raccolta ufficiali e riconosciuti. L’altro 65% (6,15 Mt) è stato: soggetto ad esportazione (1,5 Mt); recuperato con modalità ritenute non conformi all’interno dell’UE (3,15 Mt); cannibalizzato per ottenerne le componenti di maggior valore (750.000 t) o semplicemente smaltito tal quale (750.000 t). Circoscrivendo il fenomeno all'Italia, il rapporto evidenzia come l'attività messa in essere dal sistema “informale” generi RAEE riciclati in maniera inadeguata per una percentuale che potrebbe essere pari a circa il 30% del totale nazionale. Ancora più alte sono le percentuali che finiscono nella terra di nessuno, dove tra il 43% e il 47% dei RAEE sfuggirebbe sia al sistema “formale” che a quello informale. 

L'appello al Legislatore

La procedure “illegali” di gestione dei RAEE vanno dalla scorretta destinazione del rifiuto, all’abbandono dello stesso, fino al trattamento e alla rottamazione non autorizzata. Infine una buona parte di questi RAEE clandestini generati in tutta Europa viene esportata verso alcuni Paesi “in via di sviluppo”. Ogni anno, stati Africani come Ghana e Nigeria, ma anche paesi più avanzati come India e Cina, ricevono migliaia di tonnellate di Rifiuti Elettrici ed Elettronici provenienti dall'Europa. In questi luoghi il trattamento è effettuato non solo senza cura per l’ambiente, ma soprattutto senza alcun rispetto dal punto di vista umano e sociale. La richiesta univoca al Legislatore, da parte dei ricercatori, degli addetti ai lavori e delle stesse aziende produttrici, è quella di fare in modo che pratiche criminali come queste siano interrotte una volta per tutte attraverso l'attivazione di controlli più rigorosi, peraltro già previsti dalla normativa.

* Secondo i dati più aggiornati del Rapporto Annuale 2018 del Centro di Coordinamento RAEE, nell'ultimo anno si è assistito a un ulteriore aumento delle tonnellate di RAEE raccolte a livello nazionale: 310.610 t che corrispondono a un dato medio pro capite di 5,14 chilogrammi per abitante.

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