News * 28/03/2019
Il “modello RAEE” come esempio da seguire: non un solo rifiuto lasciato indietro in 11 anni

Un confronto tra operatori del settore e interlocutori del mondo della politica per lavorare sul recepimento del pacchetto di Direttive Comunitarie sull’Economia Circolare: era questo l’obiettivo del seminario organizzato il 21 marzo 2019 a Roma dal Circular Economy Network, che ha visto come protagonisti i suoi soci e alcuni degli esperti incaricati dal Ministero dell’Ambiente.
Due gli argomenti principali affrontati in questa occasione di confronto: da una parte gli strumenti economici e le altre forme di sostegno alla gerarchia dei rifiuti, dall’altra i modelli di attuazione della responsabilità estesa dei Produttori (EPR)
Proprio all’interno questo secondo punto – uno strumento che le Direttive considerano di fondamentale importanza per la corretta gestione di un numero sempre maggiore di tipologie di rifiuti – Ecodom ha sottolineato alcuni aspetti cruciali della Direttiva Waste, in particolare per quanto riguarda i sistemi collettivi.
Questa direttiva prevede che il Produttore possa scegliere tra un sistema individuale (cioè la possibilità di organizzarsi autonomamente) e sistema collettivo: questa seconda ipotesi non significa dover aderire a un unico sistema collettivo, ma la possibilità di sceglierne uno esistente o di crearne uno proprio insieme ad altri Produttori. La stessa direttiva prevede infatti che – come è accaduto nel mondo dei RAEE – nel caso in cui venga data vita a una pluralità di sistemi collettivi, debba essere istituito un organismo di coordinamento e controllo (che nella filiera dei rifiuti elettrici ed elettronici è il Centro di Coordinamento RAEE).
 

Da questo punto di vista il Sistema RAEE così come è configurato in Italia si pone senza dubbio come un modello da seguire nel recepimento delle Direttive Comunitarie, riuscendo a coniugare una competizione “regolata” tra i diversi sistemi collettivi con un servizio di altissimi livello su tutto il territorio nazionale; negli 11 anni di funzionamento il Sistema RAEE è infatti riuscito a effettuare il ritiro di ogni singolo RAEE da qualsiasi località italiana, anche da quelle più remote e disagevoli: nessuna richiesta è mai rimasta inevasa e la puntualità media nel 2018 è stata superiore al 96%. Dati che dimostrano come essere in un sistema concorrenziale non significhi in nessun modo perdere in efficacia o in qualità del servizio. 
Da questo punto di vista è determinante proprio il ruolo del Centro di Coordinamento RAEE, che assegna a ciascun sistema collettivo i punti di ritiro da servire, vietando il cosiddetto “cherry picking”, cioè la scelta selettiva solo di ciò che è più “comodo” sia dal punto di vista geografico sia per quanto riguarda la tipologia di RAEE da ritirare. I sistemi collettivi devono dunque assicurare il servizio ovunque in Italia – e non solo dove il ritiro costa poco – e per qualsiasi RAEE – non solo per quelli più interessanti dal punto di vista economico.

La distanza del nostro Paese dagli obiettivi di raccolta fissati dalla Comunità Europea dipende non dall’architettura del Sistema RAEE (multi-consortile invece che monopolistico) ma, come ormai da tempo Ecodom sottolinea, proprio nelle normative che regolano il settore, che permettono l’esistenza di ingenti “flussi paralleli” di RAEE, che purtroppo sfuggono a qualsiasi controllo. Il D. Lgs. 49/2014 prevede infatti che i soggetti che fanno la raccolta, cioè Comuni e Distributori, possano poi “cedere” i RAEE a chiunque sia in possesso di un’autorizzazione al trattamento di questi rifiuti. In molti casi si tratta di soggetti che – sfruttando la mancanza del tanto atteso Decreto sulla qualità del trattamento – sottopongono i RAEE a processi non idonei dal punto di vista qualitativo, abbattendo così i propri costi; soggetti che – sfruttando la carenza di controlli – non rendicontano le quantità di RAEE gestite, nonostante esista uno specifico obbligo legislativo in merito. Questa è la ragione principale di una vera e propria emorragia di RAEE, che si disperdono lungo flussi non tracciati con danni ambientali ed economici rilevanti.