News * 30/07/2019
End of Waste, l’Italia fa un salto indietro di 21 anni

L’entrata in vigore del decreto “Sblocca cantieri” riporta il settore del riciclo indietro al 1998. Le Regioni vengono private della possibilità di stabilire la cessazione della qualifica di rifiuto e concedere autorizzazioni agli impianti di riciclo. A rischio le nuove tecnologie e il futuro dell’Economia Circolare nel nostro paese. Oltre 50 realtà sottoscrivono un appello per governo e Parlamento

Immaginate di subire da un giorno all’altro un gap tecnologico di ventuno anni. Di dover cambiare i vostri dispositivi elettronici con modelli prodotti fino al 1998, di navigare in Internet alla velocità di 56 kilobit per secondo, di avere un telefonino che vi permetta solamente di fare e ricevere chiamate. L’ipotesi distopica, che vi taglierebbe fuori dal sistema comunicativo del Ventunesimo secolo, rischia di diventare una triste realtà per gli operatori dell’Economia Circolare in Italia, i quali potrebbero ben presto essere costretti a rinunciare a tutti gli sviluppi scientifici e tecnologici adottati dal settore del riciclo dei rifiuti negli ultimi due decenni.

L’End of Waste fino a oggi

È quanto sembrerebbe profilarsi in Italia dopo l’entrata in vigore, lo scorso 14 giugno, della legge 55 di conversione del Decreto “Sblocca cantieri”, che contiene anche disposizioni in materia di Cessazione della qualifica di rifiuto, o, più comunemente, End of Waste. Con tale espressione si intende il processo di recupero che trasforma i rifiuti in prodotti o materie prime seconde da reinserire sul mercato e che, quindi, è alla base dell’Economia Circolare. In Italia, la materia è stata disciplinata dall’articolo 184-ter del Decreto legislativo 152/2006 (così come modificato dal D.Lgs 205/2010 di conversione alla direttiva europea quadro in materia di rifiuti 2008/98/CE) che stabilisce le condizioni generali dell’End of Waste* e conferisce al Ministero dell’Ambiente, in assenza di una disciplina comunitaria, la facoltà di regolare la materia attraverso uno o più decreti. A sua volta, il Ministero dell’Ambiente, attraverso una circolare del 1° luglio 2016 ha ammesso che, in via residuale, le Regioni potessero rilasciare singole autorizzazioni agli impianti e definire criteri dell’End of Waste rispetto ai rifiuti non coperti da leggi comunitarie o ministeriali.

 

*Il comma uno dell’articolo 184-ter stabilisce che "Un rifiuto cessa di essere tale, quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero (incluso il riciclaggio e la preparazione per il riutilizzo), e soddisfi i criteri specifici, da adottare nel rispetto delle seguenti condizioni: a) la sostanza o l’oggetto è comunemente utilizzato per scopi specifici; b) esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto; c) la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti; d) l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull'ambiente o sulla salute umana".

La sentenza 1229 del Consiglio di Stato

Il 28 febbraio 2018, con sentenza 1229, il Consiglio di Stato ha rigettato tale principio, decretando che, in mancanza di criteri fissati da regolamenti europei o da decreti ministeriali, le Regioni non possono consentire il recupero di rifiuti in sede di rilascio delle singole autorizzazioni. La decisione consiliare ha richiamato l’articolo 6 della direttiva 2008/98/CE (direttiva quadro in materia di rifiuti) secondo il quale, in assenza di criteri a livello comunitario, gli Stati membri possono decidere, caso per caso, se un rifiuto abbia cessato di essere tale. In sintesi: per il Consiglio, solamente lo Stato, attraverso il Ministero dell’Ambiente, ha il potere di stabilire quando un rifiuto cessa di essere tale. Allargare tale potestà alle singole Regioni significherebbe violare l’articolo 117 della Costituzione che riserva allo Stato un potere legislativo esclusivo in materia di tutela dell’ambiente. Dal giorno della pronuncia del Consiglio si è creato, dunque, il rischio di paralisi dell’intero settore del riciclo, non avendo più le Regioni il potere di concedere nuove autorizzazioni agli impianti di recupero o di rinnovare le autorizzazioni già concesse una volta giunte a scadenza.

Un salto indietro di 21 anni

Il vuoto normativo seguito alla sentenza del Consiglio di Stato, si è prolungato per sedici mesi. Fino al giugno del 2019, quando il Parlamento ha votato la legge 55/2019 che, “al fine di perseguire l’efficacia dell’Economia Circolare”, ha sostituito il precedente comma tre dell’articolo 184-ter con una nuova versione, che però salvaguarda le tipologie e le attività di riciclo limitatamente a quanto previsto e regolato dal decreto ministeriale del 5 febbraio 1998 e altre norme risalenti a oltre vent’anni fa. Di conseguenza, la legge penalizza le attività che impiegano i modelli e le tecnologie più innovative per il riciclo e recupero dei rifiuti e quindi paradossalmente anche le più efficaci per la tutela ambientale e lo sviluppo dell’Economia Circolare. Questa grave contraddizione è sottolineata da oltre cinquanta aziende e associazioni in un appello rivolto al governo e al Parlamento italiano al fine di trovare una soluzione al blocco alle attività di riciclo. Nella lettera, firmata anche da Ecodom, si evidenzia come la situazione creata dal Decreto “Sblocca cantieri” rappresenti “un grave ostacolo allo sviluppo dell’Economia Circolare”.

Un allarme di natura sanitaria

"Questo quadro normativo – riporta una nota dei firmatari - di fatto impedisce diverse attività di riciclo di rifiuti di origine sia urbana che industriale e la realizzazione di nuove attività e impianti.
Come è noto la raccolta differenziata è una precondizione per gestire in modo virtuoso i rifiuti attraverso il loro corretto conferimento verso impianti preposti al riciclo. A determinate condizioni, gli impianti devono essere autorizzati a far cessare la qualifica di rifiuto (End of waste) in modo che dopo il trattamento restituiscano prodotti, materiali e oggetti destinati al mercato".

L'invio dei nostri rifiuti all'estero, sostengono ancora i firmatari – "ha costi troppo elevati per i cittadini e le imprese e proprio un Paese povero di materie prime come l’Italia deve valorizzare i materiali di scarto per essere competitivo nel confronto internazionale e rafforzare la propria base imprenditoriale". L’allarme non è solo di natura economica, dal momento che "se le operazioni di riciclo non vengono rapidamente sbloccate – aggiunge la nota - entrerà in crisi la gestione dei rifiuti, urbani e speciali, in molte città e su tutto il territorio nazionale, con il rischio di sovraccaricare le discariche e gli inceneritori".

Che cosa fare per superare il blocco?

A margine del loro appello, le imprese e le associazioni invitano i rappresentanti istituzionali a un incontro per ridiscutere la materia e superare lo stallo. "La soluzione per porre fine a questa emergenza – conclude l’appello - è stata indicata dall'Europa con il pacchetto di Direttive in materia di Economia Circolare, pubblicato a giugno 2018. Le imprese e le Associazioni hanno richiesto con forza di recepire tali Direttive per garantire una gestione sicura ed efficiente dei rifiuti e affrontare le sfide ambientali ed economiche a livello globale. L’industria italiana, con i suoi impianti, vuole continuare a rendere concreta la transizione verso l’Economia Circolare, consolidando la sua leadership a livello europeo nel guidare il processo di crescita verso la de-carbonizzazione e l’uso efficiente delle risorse naturali".